10 posti da vedere/filosofia di vita presa in prestito
Avendo viaggiato molto poco queste sono notizie da segnare sull’agendina, a inizio anno, con tanti buoni propositi, che poi il mio maialino è abituato a mangiare soldini rossi.
Pare che questi posti siano a rischio estinzione:
1) Patagonia cilena, Parco Nazionale Torres del Paine. I “Cuernos” dal Lago Pehoe.
2) Veduta aerea del Lago Eyre, Southern Australia.
3) Alaska, tundra nel Denali National Park, “costruito” attorno al Monte McKinley (Denali in lingua nativa)
4) Il ghiacciaio dell’Aletsch, nelle Alpi Svizzere
5) Scene di allagamento quasi ordinario nel Bangladesh.
6) Venezia è pericolante da tempo. Ma la situazione si è progressivamente aggravata negli ultimi anni.
7) Il Kintla Lake, nel Glacier National Park, Montana. Stati Uniti.
Un classico atollo maldiviano.
9) Le dune del Sahara, la cui avanzata potrebbe spingersi in breve tempo fino alle rive del Mediterraneo.
10) La Grande Barriera Corallina, Australia.
via Repubblica.it
filosofia di vita presa in prestito/indignazione (2)
CARO direttore, è domenica 27 dicembre. Eurostar Bari-Roma. Intorno a me famiglie soddisfatte e stanche dopo i festeggiamenti natalizi, studenti di ritorno alle proprie università, lavoratori un po’ tristi di dover abbandonare le proprie città per riprendere il lavoro al nord. Insieme a loro un ragazzo senza braccia.
Sì, senza braccia, con due moncherini fatti di tre dita che spuntano dalle spalle. È salito sul treno con le sue forze. Posa la borsa a tracolla per terra con enorme sforzo del collo e la spinge con i piedi sotto al sedile. Crolla sulla poltrona. Dietro agli spessi occhiali da miope tutta la sua sofferenza fisica e psichica per un gesto così semplice per gli altri: salire sul treno. Profondi respiri per calmare i battiti del cuore. Avrà massimo trent’anni.
Si parte. Poco prima della stazione di (…) passa il controllore. Una ragazza di venticinque anni truccata con molta cura e una divisa inappuntabile. Raggiunto il ragazzo senza braccia gli chiede il biglietto. Questi, articolando le parole con grande difficoltà, riesce a mormorare una frase sconnessa: “No biglietto, no fatto in tempo, handicap, handicap”. Con la bocca (il collo si piega innaturalmente, le vene si gonfiano, il volto gli diventa paonazzo) tira fuori dal taschino un mazzetto di soldi. Sono la cifra esatta per fare il biglietto. Il controllore li conta e con tono burocratico dice al ragazzo che non bastano perché fare il biglietto in treno costa, in questo caso, cinquanta euro di più. Il ragazzo farfugliando le dice di non avere altri soldi, di non poter pagare nessun sovrapprezzo, e con la voce incrinata dal pianto per l’umiliazione ripete “Handicap, handicap”.
I passeggeri del vagone, me compreso, seguono la scena trattenendo il respiro, molti con lo sguardo piantato a terra, senza nemmeno il coraggio di guardare. A questo punto, la ragazza diventa più dura e si rivolge al ragazzo con un tono sprezzante, come se si trattasse di un criminale; negli occhi ha uno sguardo accusatorio che sbatte in faccia a quel povero disgraziato. Per difendersi il giovane cerca di scrivere qualcosa per comunicare ciò che non riesce a dire; con la bocca prende la penna dal taschino e cerca di scrivere sul tavolino qualcosa. La ragazza gli prende la penna e lo rimprovera severamente dicendogli che non si scrive sui tavolini del treno. Nel vagone è calato un silenzio gelato. Vorrei intervenire, eppure sono bloccato.
La ragazza decide di risolvere la questione in altro modo e in ossequio alla procedura appresa al corso per controllori provetti si dirige a passi decisi in cerca del capotreno. Con la sua uscita di scena i viaggiatori riprendono a respirare, e tutti speriamo che la storia finisca lì: una riprovevole parentesi, una vergogna senza coda, che il controllore lasci perdere e si dedichi a controllare i biglietti al resto del treno. Invece no.
Tornano in due. Questa volta però, prima che raggiungano il giovane disabile, dal mio posto blocco controllore e capotreno e sottovoce faccio presente che data la situazione particolare forse è il caso di affrontare la cosa con un po’ più di compassione.
Al che la ragazza, apparentemente punta nel vivo, con aria acida mi spiega che sta compiendo il suo dovere, che ci sono delle regole da far rispettare, che la responsabilità è sua e io non c’entro niente. Il capotreno interviene e mi chiede qual è il mio problema. Gli riepilogo la situazione. Ascoltata la mia “deposizione”, il capotreno, anche lui sulla trentina, stabilisce che se il giovane non aveva fatto in tempo a fare il biglietto la colpa era sua e che comunque in stazione ci sono le macchinette self service. Sì, avete capito bene: a suo parere la soluzione giusta sarebbe stata la macchinetta self service. “Ma non ha braccia! Come faceva a usare la macchinetta self service?” chiedo al capotreno che con la sua logica burocratica mi risponde: “C’è l’assistenza”. “Certo, sempre pieno di assistenti delle Ferrovie dello Stato accanto alle macchinette self service” ribatto io, e aggiungo che le regole sono valide solo quando fa comodo perché durante l’andata l’Eurostar con prenotazione obbligatoria era pieno zeppo di gente in piedi senza biglietto e il controllore non è nemmeno passato a controllare il biglietti. “E lo sa perché?” ho concluso. “Perché quelle persone le braccia ce l’avevano…”.
Nel frattempo tutti i passeggeri che seguono l’evolversi della vicenda restano muti. Il capotreno procede oltre e raggiunto il ragazzo ripercorre tutta la procedura, con pari indifferenza, pari imperturbabilità. Con una differenza, probabilmente frutto del suo ruolo di capotreno: la sua decisione sarà esecutiva. Il ragazzo deve scendere dal treno, farsi un biglietto per il successivo treno diretto a Roma e salire su quello. Ma il giovane, saputa questa cosa, con lo sguardo disorientato, sudato per la paura, inizia a scuotere la testa e tutto il corpo nel tentativo disperato di spiegarsi; spiegazione espressa con la solita esplicita, evidente parola: handicap.
La risposta del capotreno è pronta: “Voi (voi chi?) pensate che siamo razzisti, ma noi qui non discriminiamo nessuno, noi facciamo soltanto il nostro lavoro, anzi, siamo il contrario del razzismo!”. E detto questo, su consiglio della ragazza controllore, si procede alla fase B: la polizia ferroviaria. Siamo arrivati alla stazione di (…). Sul treno salgono due agenti. Due signori tranquilli di mezza età. Nessuna aggressività nell’espressione del viso o nell’incedere. Devono essere abituati a casi di passeggeri senza biglietto che non vogliono pagare. Si dirigono verso il giovane disabile e come lo vedono uno di loro alza le mani al cielo e ad alta voce esclama: “Ah, questi, con questi non ci puoi fare nulla altrimenti succede un casino! Questi hanno sempre ragione, questi non li puoi toccare”. Dopodiché si consultano con il capotreno e la ragazza controllore e viene deciso che il ragazzo scenderà dal treno, un terzo controllore prenderà i soldi del disabile e gli farà il biglietto per il treno successivo, però senza posto assicurato: si dovrà sedere nel vagone ristorante.
Il giovane disabile, totalmente in balia degli eventi, ormai non tenta più di parlare, ma probabilmente capisce che gli sarà consentito proseguire il viaggio nel vagone ristorante e allora sollevato, con l’impeto di chi è scampato a un pericolo, di chi vede svanire la minaccia, si piega in avanti e bacia la mano del capotreno.
Epilogo della storia. Fatto scendere il disabile dal treno, prima che la polizia abbandoni il vagone, la ragazza controllore chiede ai poliziotti di annotarsi le mie generalità. Meravigliato, le chiedo per quale motivo. “Perché mi hai offesa”. “Ti ho forse detto parolacce? Ti ho impedito di fare il tuo lavoro?” le domando sempre più incredulo. Risposta: “Mi hai detto che sono maleducata”. Mi alzo e prendo la patente. Mentre un poliziotto si annota i miei dati su un foglio chiedo alla ragazza di dirmi il suo nome per sapere con chi ho avuto il piacere di interloquire. Lei, dopo un attimo di disorientamento, con tono soddisfatto, mi risponde che non è tenuta a dare i propri dati e mi dice che se voglio posso annotarmi il numero del treno.
Allora chiedo un riferimento ai poliziotti e anche loro si rifiutano e mi consigliano di segnarmi semplicemente: Polizia ferroviaria di (…). Avrei naturalmente voluto dire molte cose, ma la signora seduta accanto a me mi sussurra di non dire niente, e io decido di seguire il consiglio rimettendomi a sedere. Poliziotti e controllori abbandonano il vagone e il treno riparte. Le parole della mia vicina di posto sono state le uniche parole di solidarietà che ho sentito in tutta questa brutta storia. Per il resto, sono rimasti tutti fermi, in silenzio, a osservare.
di SHULIM VOGELMANN
L’autore è scrittore ed editore
via Repubblica
il problema dei problemi
Quando ci ripeteranno che il problema del sud è che il sud non si vuole aiutare perchè la gente non ha senso civico e non ha voglia di lavorare, quando diranno che gli investimenti al sud sono vuoti a rendere e non rendono abbastanza e quindi tanto vale lasciar perdere. Perchè ormai siamo abituati a tenere tutto insieme, a non scegliere: certo c’è la criminalità e pure lo scarso senso civico. Io credo invece che bisogna stare da una parte e dire quali sono in un dato momento le cose più importanti, da dove si comincia. E la verità è che al sud non c’è più lavoro, non ci sono più le grandi aziende e nemmeno quelle un po’ più piccole. E la situazione è così triste che non è un tema buono nemmeno il tempo di una campagna elettorale.
Mattinata difficile a Pomigliano d’Arco sul fronte lavoro: contemporaneamente alle proteste degli operai della Fiat auto, un gruppo di lavoratori del locale pastificio Russo ha occupato via Nazionale delle Puglie , davanti allo stabilimento, per manifestare contro il rischio chiusura dell’opificio, ed il mancato pagamento di diverse mensilità da parte dell’azienda.
I manifestanti hanno riferito che alcune settimane fa è stato chiesto il fallimento della fabbrica, e la dirigenza ha presentato un concordato che ora è al vaglio dei giudici. «Nel frattempo – affermano i lavoratori – 64 persone sono senza stipendio, e non sappiamo più a che santo votarci». La protesta è durata alcune ore, ed il traffico automobilistico ha subito notevoli rallentamenti. Sul posto sono anche giunte le forze dell’ordine.
il gelo del risparmio
Il congelamento del bancomat potrebbe essere la soluzione finale…
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Il freddo intenso che dall’inizio della settimana attanaglia Mosca – dove la temperatura da quattro giorni si mantiene fra i -28 e i -20 gradi centigradi – sta creando problemi ai bancomat, molti dei quali non danno denaro a causa del meccanismo di erogazione congelato. Come riferisce la Itar-Tass, l’inconveniente è stato segnalato per ora presso decine di bancomat di vari Istituti di credito, fra gli altri Sberbank VTB 24, Alfa-Bank, Moskovski Kreditni Bank, Vozrozhdenie. I bancomat – è stato precisato – compiono regolarmente le operazioni preliminari, ma si bloccano al momento di erogare il contante, a causa del congelamento del meccanismo di emissione delle banconote. L’inconveniente riguarda in massima parte gli apparecchi non dotati di appositi dispositivi di riscaldamwento supplementare. Problemi per il freddo anche a tanti citofoni digitali della capitale, anch’essi congelati e con il dispositivo di apertura bloccato. Mosca ovviamente non è il posto più freddo della Russia. In Siberia, negli Urali e nel Grande Nord sono state infatti segnalate temperature estreme di -45, -50, con una punta minima di -54 registrata ieri nella parte orientale del Distretto autonomo di Nenetski, nell’Estremo Nord sul Mare di Barents. (Ansa)
le carte del Vajont
Perchè in Italia, le carte, parziali, saltano fuori appena un attimo prima di perdersi nella memoria in modo che le verità che ancora raccontano prendano forma nelle coscienze di pochi.
Se non è un caso è l’applicazione estrema e distorta (modrnamente orwelliana) del valore sociale della prescrizione. Un’ingiustizia molto democratica. Come mettere in voce il silenzio.
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Mercoledì 9 ottobre 1963, ore 22.39: la tragedia del Vajont. Le lancette dell’orologio sembrano tornare indietro a quel momento drammatico quando, per la prima volta, il direttore dell’Archivio di Stato di Belluno, Eurigio Tonetti, mostra le carte processuali del Vajont. I segreti del più grande dramma dal dopoguerra ad oggi, sono finalmente pubblici. Il silenzio, che per decenni è calato sul disastro, lascia ora il posto alle parole. (Corriere.it)
filosofia di vita presa in prestito/bye dad
Caro Piersilvio, stai per chiudere il bilancio 2009. Sei stato bravo. Eppure, pensando al tuo futuro, voglio dirti che questo Paese non è più un posto dove sia possibile stare. Guardati intorno. Quei sani valori nei quali abbiamo creduto per una vita — la corruttibilità dei giudici, la riservatezza delle escort, la segretezza dei conti svizzeri — oggi sono calpestati da individui mediocri che vogliono farci credere che la legge sia uguale per tutti. Questo è un Paese in cui, se ti va bene, l’anno prossimo guadagnerai a malapena trecentoventimila volte lo stipendio di un rettore, e presto dovrai pure pagare l’Ici sulla settima villa. Potrei continuare, ma non voglio annoiarti. Ti do solo un consiglio: finché sei in tempo, vai in un Paese dove i tuo valori siano ancora apprezzati. Le Isole Cayman, per esempio.
Vai e aspettami. Tuo padre.
(Sebastiano Messina, Repubblica) via Lele.
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Questa me l’ero persa…
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evviva la classe precaria
C’è una cosa che mi ha colpito della manifestazione di sabato. Intervenedo dal palco Monicelli ha efficacemente spiegato la differenza tra uguaglianza e libertà e poi ha concluso con “viva la classe operaia”. Ora non stiamo lì ad ingrossare il fiume di inchiostro in piena che negli ultimi anni ha attraversato a diversi livelli le nostre coscienze, volenti o nolenti, sul concetto di classe operaia, sorpassata, invisibile, inesistente, progressista, emancipata, liquida, estinta. (Anche la classe operaia credeva di andare in paradiso e invece è finita in tivvù).
Eppure basterebbe con meno ipocrisia fare un’operazione molto semplice: evvive la classe precaria. Mettendoci dentro però proprio tutti. Non è il contratto di lavoro a fare l’operaio o il precario ma il lavoro in sè e nella misura in cui riesce a determinare la dignità di vita e le aspettative del lavoratore. Ormai ce l’abbiamo tutti la data di scadenza, basta un qualsiasi imprevisto nelle nostre vite che sono fatte di imprevisti.
E se nella classe precaria ci mettessimo finalmente tutti (operai che non sanno poi su quanti stipendi nominalmente indeterminati possono contare, precari a contratto, precari a progetto) dovremmo anche ammettere che questo salto psicologico non lo facciamo e non lo pretendiamo dal sindacato perchè in fondo tutti ci siamo messi in fila a vedere dove andava a finire questo fiume. Sono anni che stiamo lì nella logica del prendere o lasciare, ci lamentiamo ma poi aspettiamo il nostro turno alla mercè di quall’azienda, di quel capo, di quel professore, perchè sì il sistema è brutto e lo denunciamo, ma prima o poi dovrà toccare anche a noi.
La classe precaria è così vasta e così poco consapevole di sè che non riesce a lottare insieme, non può scioperare, non può produrre gran che effetto, perchè ha perso qualsiasi senso la contrattazione collettiva, siamo collettivamente insoddisfatti, ma individualmente impegnati a sopravvivere come si può.
Siamo così precari che non abbiamo più nemmeno l’idea della rappresentanza. E quindi ci siamo e non ci siamo, evaporiamo nelle piazze dopo averle riempite.
the quiet american
La prossima settimana tutti gli occhi saranno di nuovo puntati sul presidente che più appassiona l’opinione pubblica di tutto il mondo. L’editoriale dell’Economist di questa settimana lo chiama l’”americano tranquillo”.
L’americano più importante di tutti, che per mesi ha pensato sul da farsi e adesso dirà al mondo che cosa si deve fare. Non che finora non sia stato tirato per la giacca da tutti i lati possibili: dai senatori democratici che gli chiedevano di prendere un po’ più a cuore le sorti della riforma, dalle aperture all’Iran seguite con lo smacco dell’Aiea, il discorso al Cairo seguito dalla ripresa degli insediamenti dei coloni israeliani, il G2 di cui tutti sono invidiosi ma a cui nessuno contrappone ricette alternative. Infine l’Afghanistan, che ha bisogno di uomini e mezzi che quasi nessuno è disposto a metterci. Nel frattempo tutti cercano di fare affari come possono, prima che una nuova bolla faccia schizzare di nuovo in alto il prezzo delle materie prime, quando sono settimane che mentre va avanti il braccio di ferro valutario tra Stati Uniti e Cina, con il Fondo Monetario Internazionale che ammonisce le banche con voce lontana, gli speculatori più accorti comprano oro. Le quotazioni del minerale giallo aumentano come bene di investimento.
E il presidente Obama ha sicuramente iniziato dalla cosa più difficile, far passare la riforma sanitaria (con qualsiasi tipo di opzione pubblica) davanti ad una realtà che non si può edulcorare: la disoccupazione negli Stati Uniti resterà a due cifre (9-10% è la previsione del 2010) il deficit resterà alto, le spese militari aumenteranno, e l’economia dei soldi per i soldi non ha invertito la rotta. Quindi molti più americani di quelli che si è abituati ad immaginare ai margini delle società opulente, non potranno contare su molto altro da quello che il presidente ha previsto per loro.
Il dibattito politico e mediatico invece è tutto avvitato sulla domanda del giorno del giuramento: questo sarà il migliore o il peggiore presidente del mondo?
Nei prossimi giorni Obama dovrà dare tutte le risposte giuste, perchè sarà giudicato sul numero di soldati che partiranno per l’Afghanistan a finire il lavoro come meglio è possibile, che fare con il nucleare iraniano, perfino su che cosa dirà a Copenaghen.
Di fatto se gli americani non sistemeranno le cose a casa loro, sarà difficile che potranno occuparsi del resto del mondo.
L’Economist scrive che la calma e il pragmatismo di Obama sono benvenuti dopo le impetuose esternazioni di Bush. Quello che si chiede è come funzionerà e, ovviamente, se funzionerà.
Di fatto deve funzionare perchè finora nessuno è saltato su con un’idea del mondo. Magari ai detrattori potrà sembrare un piano B rispetto al piano A della superpotenza americana, ma il piano B di Obama è di gran lunga migliore di tutti quelli ascoltati nell’era Bush. Ed è un piano B che per tante ragioni dovrà piacere a tutti gli Stati che vorranno poter dire la loro nel nuovo millennio.
filosofia di vita presa in prestito/il principe azzurro
Se andassi ancora a scuola, sarebbe stato divertente lasciare un post-it sul bauletto del proprietario della moto con su scritto “chiamami”. Però lo sguardo felice e orgoglioso dei miei amici Luca e Luigi quando hanno individuato la frase merita una piccola riflessione: ci sono momenti in cui tutti gli uomini si travestono da Principe Azzurro e hanno quello sguardo fiero del ‘posso essere tutto quello che vuoi’. Ovviamente non è vero (non nel senso pragmatico che una donna intende) ma è uno slancio che va sempre apprezzato e mai usato contro di loro.















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