subway, comizio-2
Ogni tanto bisogna incontrarsi in un luogo comune. Può essere divertente. Poi si chiacchiera e ti viene subito voglia di sfatare qualche mito. Ci sono profonde convinzioni che sconfinano nel pregiudizio. Però cominciamo da un luogo comune non troppo affollato:
Chavez non è di sinistra. E’ un ex militare che ha capito che la stagione dei colonnelli è finita. Meglio travestirsi da Simon Bolìvar che da Caudillo, perchè il culto della personalità subisce, come pochi, le mode dei corsi e ricorsi storici. E non è di questo tempo studiare e approfondire.
Bisogna essere moderni. Ad esempio i vecchi incapienti si chiamano modernamente (e moderatamente) insolventi. Come quelli dei mutui.
“Iceland has been swamped by that tsunami because it trusted in the availability of global credit in time for that credit to evaporate. And the fact that Iceland has been so dependent on foreign investors makes those investors even more skittish about investing there: in markets, weakness often begets weakness.“-The New Yorker
Vogliamo essere un paese moderno?
Questo non è un paese moderno. E’ un paese che ha deciso che l’istruzione, quella che ti istruisce al ragionamento, che ti aiuta a pensare e magari a sentirti realizzato nel mondo del lavoro è una cosa per pochi. Per i pochi fortunati che se la possono permettere perchè hanno frequentato delle ottime scuole, fanno i viaggi di studio all’estero (non parliamo delle borse di studio il cui importo è ridicolo) oppure hanno avuto la fortuna di nascere in una famiglia stimolante perchè ha (ed ha avuto a suo tempo) il tempo e i soldi per poterselo permettere. Però diciamo anche che non è un paese moderno perchè rimpiange le corporazioni, quelle che apertamente potrebbero definirsi tali e per legge. Ed è un paese che non è moderno non solo per il conflitto di interessi ma anche perchè non ha un’informazione moderna. Forse noi del secolo scorso dovremo arrenderci all’estinzione del giornale di carta. Però ricordiamoci che in Italia sarà peggio che altrove. Perchè in Italia si può fare il giornalista e il portavoce e l’ufficio stampa e il politico e tornare indietro o svolgere contemporaneamente due o tre di queste professioni. Non è vietato. Non è incompatibile. E io non me lo spiego.
al di sotto di ogni sospetto
Lirio Abbate, su La Stampa di oggi a pag.13
“Grazie ai voti dei siciliani l’Udc porta in senato tre uomini, tra i quali un condannato per favoreggiamento ¹(Salvatore Cuffaro) e un palermitano che Giovanni Brusca, il boss che ha premuto il pulsante del telecomando con il quale è stato fatto saltare in aria il giudice Giovanni Falcone, considerava «un amico». Si chiama Salvatore Cintola, ha 67 anni, è laureato in lingue, e prima di essere stato assessore dei passati governi regionali Cuffaro, è stato prima repubblicano, poi socialdemocratico e quindi socialista. Per qualche settimana ha anche militato in Sicilia Libera, un movimento indipendentista creato nel 1993 per volere del boss Leoluca Bagarella. (continua)
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Magari non basta per essere al di sotto di ogni sospetto? Per me sì com’è spiegato in questo bell’articolo di Giuseppe D’Avanzo del 5 settembre 2007 che parla di Lirio Abbate e della mafia.
Però, dice Lirio, che ha una compagna e un bimba di dieci mesi, questo lavoro non è accurato, non è onesto perché non racconta quel che vede e sa: “Io so, noi sappiamo chi sono i mafiosi e gli amici dei mafiosi o i loro protettori. Non ho, non abbiamo bisogno di attendere una sentenza o la parola della Cassazione o un’inchiesta giudiziaria perché penso che, prima della responsabilità penale, sempre eventuale, ci sia una responsabilità sociale e politica accertabile. Se il deputato, il consigliere regionale, l’assessore, il primario, il professore universitario se ne vanno in giro con il mafioso è un fatto. Si conoscono, passeggiano sottobraccio, si baciano quando s’incontrano. È soltanto accuratezza non rinviare ai tempi di una sentenza quel racconto. È il mio lavoro dirlo ora, subito. Non sono una testa calda, non sono un estremista, sono un cronista e credo che il mio impegno sia stretto in poche parole: raccontare quel che posso documentare”.


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