del mondo veloce
Grazie al suggerimento dell’amica-collega Virginia, venerdì sera sono stata a vedere Ascanio Celestini in “La Pecora Nera”. Il commento è: da vedere da vedere da vedere.
***
Si discute molto dell’elettroshock quest’anno. C’è stato un grosso convegno a Roma qualche mese fa, un dibattito in Senato, diversi commenti sulle pagine di Cultura del Corriere della Sera. L’amico google mi ha fatto leggere questo articolo.
Il comizio-riflessione che ho in testa da un po’ di tempo, invece, è questo qua:
Nel nostro mondo ad una dimensione anche il tempo scorre troppo in fretta o forse troppo lentamente, in entrambe le ipotesi è impossibile fermarsi. Per capire o ascoltare o riconoscere il disagio mentale bisognerebbe fermarsi. Noi non lo facciamo, nessuno lo fa e non ci insegnano neanche a farlo. Bisogna friggere il cervello a quelli che abbiamo lasciato indietro perchè noi andiamo troppo velocemente o a quelli che non vogliamo guardare perchè andando così piano abbiamo paura che fermarci ci perderebbe per sempre? Io non credo. Ma nel mondo specialista “dei problemi spostati nell’altra stanza” siamo arrivati all’unica scontata conclusione: chi può permetterselo -con i soldi- per ragioni di tempo e di spazio sposta i propri anziani, i propri malati, i propri matti, in clinica. Chi no -senza soldi si annullano le ragioni di tempo e spazio- si arrangia, si mangia o si fa mangiare. Non chiamatelo progresso. Chiudere i manicomi ci ha solo lavato la coscienza, altrimenti staremmo molto lontani da dove siamo adesso.
Di fatto non ci viene un’idea migliore, si aprono o si chiudono delle stanze: le case chiuse, le stanze del buco, i campi rom. Si aprono o si chiudono. Fuori non c’è il villaggio globale, c’è un accampamento mondiale. Anche noi, (no?), siamo un po’ accattoni della rete.
Mi ricordo un po’ a memoria un pezzo di testimonianza che si sente durante lo spettacolo: “Com’è possibile essere tristi stando al calore del sole o vedendo l’erba dei prati, com’è possibile? Lasciate a noi la tristezza, a noi che non usciamo mai e non sentiamo mai il sole e non vediamo mai il verde dei prati. Ecco questa è una poesia breve”. L’imprecisione della citazione va addebbitata all’imprecisione della mia memoria.
non guardarmi non ti sento
Andate a vedere “Il Divo” e restatene delusi, poichè è un film che va visto e se ne resta amaramente delusi per l’inopinata concessione al grottesco che rende superflua la restante ora e mezza di film e perchè in questo film non si empatizza con niente e con nessuno, né col regista né con Giulio. Tranne che con Cirino Pomicino e quasi ti chiedi perchè non mi fanno vedere questo eroe dei nostri tempi per tutto il film? Almeno lui è simpatico. Per questo e molte altre ragioni, il film è francamente, inaccettabile.
A questo punto se potete sopportare altre delusioni andate a vedere “Things we lost in the fire“, il titolo italiano è fuorviante. La sceneggiatura banale banale, i virtuosismi della Bier decisamente fuori posto (per essere più chiari: non necessitati dalla trama), Halle Berry bellissima, Benicio Del Toro grandioso.

3 commenti