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«Ebbene, le dico senza indugi: io sono profondamente convinto che, nel 2013, se vogliamo vincere le elezioni, non possiamo pensare di vincerle con l’antiberlusconismo». Enrico Letta intervistato da Fabrizio Roncone, Corriere della Sera pag. 15 – 30 settembre 2008
Per l’amico Marco che anocra ci crede.
buongiorno, a breve
Il mercato dei giustizieri di Massimo Gramellini.
Com’è la vita vista dalle telecamere interne di un supermarket? Più o meno così: due ragazzi di Padova accusati di aver rubato vengono aggrediti dal magazziniere, che ne afferra uno per il collo e lo sbatte sopra la cassa per riempirlo di sberle mentre i clienti continuano a cercare offerte fra gli scaffali.
Ai ladri siamo abituati. Agli indifferenti anche. È l’ira dei giustizieri il vero salto di qualità. La prima ad accorgersene è stata la fiction televisiva con Dexter, il serial killer che fa secchi gli assassini impuniti. È diventato un idolo, l’erede universale del «Giustiziere della notte» e del «Borghese piccolo piccolo». Il milanese di colore che rubava biscotti non è stato ucciso in quanto nero, ma perché rubava biscotti: ci si è buttati sul razzismo per non dover ammettere che la verità fa persino più paura. Naturalmente non tutti aggrediscono il primo mascalzoncello che passa. Ciascuno reagisce in base all’indole. Lo Stato è nato proprio per tenere a bada i maneschi e gli iracondi. Oggi si sta spappolando perché ha perso la forza della legge, al cui posto è cresciuta una percezione diffusa di impunità. Impuniti il ladruncolo e lo spacciatore, ma impuniti anche l’onorevole di Montecitorio e il manager di Wall Street, la cui bramosia non frenata da regole ha prodotto il già tristemente mitico Duemilaotto, che passerà alla storia della finanza creativa come il Quarantotto a quella delle monarchie assolute. Per questo chi chiede più Stato per le strade e in economia non è un nostalgico dell’autoritarismo ma dell’autorevolezza, che è ben altra cosa.
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Stavo quasi per sottoscrivere questo pezzo di Gramellini, come talvolta mi accade. Invece voglio aggiungere due precisazioni che mi hanno guastato la lettura alla fine del pezzo, che restituisce sempre immagini molto vivide. La prima: intanto il manager di Wall Street non credo resterà impunito. Se il crack Enron insegna qualcosa è che in America gli uomini vengono puniti, è il sistema che si autoperpetua. La seconda: su questo equivoco tra autoritarismo e autorevolezza si sta indulgendo con noi stessi. Questa differenza sembra dissolta nella società e nelle sue regole proprio per mancanza di autorevolezza. Quindi è proprio autoritarismo quello che si chiede, perchè chi lo chiede non conosce la differenza.
E’ anche vero che ci si abitua a qualsiasi cosa. Ci sono tante cose di cui colpevolmente o no, semplicemente non ci accorgiamo. La cosa più faticosa, di questi tempi, sembra accorgersi delle persone gentili.
se al posto di Epifani ci fosse una giovane donna…
Premessa: comizio tardivo su Alitalia (che a mio modesto parere avremmo dovuto dare noi un po’ di soldi ad Air France per fargliela comprare e soprattutto: l’operazione Cai è ben più spudorata delle privatizzazioni anni ‘90 e dell’operazione Autostrade Abertis portata a casa, o meglio in tasca, dai Benetton. Che subito dopo cominceremo a chiederci che fine farà Air One).
-I giornalisti e i piloti: non sparate al conducente, guardiamoci allo specchio-
svolgimento:
Diventare giornalista professionista costa tanto. Costa quanto frequentare una buona università, costa fare l’esame, costa registrare l’esame, costa fare questo lavoro, perché se lo fai con passione, ti costa molto di più (anche in soldi) di quanto ti riconosce l’azienda. Però paga. Perché assecondare le proprie passioni e la propria natura, per dirla con uno spot già abusato: “non ha prezzo”. Ho sempre anche pensato che segue le proprie passioni chi se lo può permettere e chi è davvero bravo, chi quindi è o diventa fortunato.
Anche dei giornalisti si è detto che sono una casta. I giornalisti non sono piloti. Senza giornalisti un giornale non esce? Non è detto. C’è un’infinità di altre figure che scrive opinioni o resoconta opinioni altrui su questo o su quello. In Italia non esiste il mito della verità oggettiva. In Italia esiste la par condicio: metti in un salotto tutto e il contrario di tutto che qualcuno (di solito uno solo) ha scelto di far argomentare.
Ora, in tempi di vacche magre, ci si può prendere pena di una categoria che tutto sommato fa un lavoro affascinante, che ha scelto di fare e che non si svolge mica in miniera? Pure per i giornalisti, sì, ci sono i precari, ci sono quelli che fanno questo mestiere ma non riescono ad iscriversi all’albo e averne tutte le tutele. I giornalisti sono tanti (forse troppi, più degli insegnanti che non è che si può fare questo mestiere come “sbocco occupazionale”). Hanno il contratto scaduto, ma si dirà: la maggior parte è gente che se lo può permettere. Le tv nazionali in chiaro ed i grandi giornali hanno messo già in pratica quello che Confindustria chiede da una vita al sindacato italiano: la contrattazione in azienda. I giornalsti hanno un solo sindacato, mica nove come l’Alitalia. Questo sindacato che magari difende gli interessi di una corporazione, non è riuscito a portare gli editori, dal 2005, nemmeno nell’anticamera della stanza dove c’è il tavolo delle contrattazioni. Gli editori, la Cai dei giornalisti, non si sono mai mossi da casa loro. Ora si può dire tutto il male che si vuole del sindacato come istituzione storica e sociale, dei fannulloni, del consociativismo. Ma che trattativa è quella in cui una parte chiede, senza modificare di una virgola le sue richieste? Magari dall’altra parte ci sono dei privilegiati, cialtroni, che chiedono 10 per portare a casa 8. Che spendono e sprecano. Benissimo. Mandiamoli a casa. Il sindacato non serve? Va bene. Ma che trattativa è quella in cui l’imprenditore ti dice o così o niente? Su questo la politica è capace di esprimere un pensiero coerente?
Si fa tanto un gran parlare di meritocrazia. Qualcuno per caso ha mai speso due parole per dire chi e come in Italia decide o dovrebbe decidere chi merita e chi no? Tutti a dire gli insegnanti che meritano, i dipendenti che meritano, i dirigenti che meritano, i giornali che meritano, le tv che meritano, andranno avanti. Chi decide del merito? Chi ce l’ha questo potere? E come e a chi deve rendere conto di esercitarlo correttamente? Con quali garanzie e con quali sanzioni?
Questa è materia della politica. La politica sembra tanto sollevata che in Italia per adesso la magistratura non ha il tempo di occuparsene. Domani nemmeno potrà.
(Nota per l’opposizione: in piena recessione e bufera della finanza mondiale questo governo è al 67% di popolarità, 67%, prego astenersi da commenti puerili).
Vedi anche:
Dal Sole 24 Ore: Per la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, l’accordo sul nuovo modello contrattuale dovrebbe portare a «un cambiamento generale delle relazioni sindacali», da «una logica di contrapposizione e di conflittualità come quella che stiamo vivendo per Alitalia», a «una maggiore condivisione degli obiettivi». Il maggior peso assegnato alla contrattazione aziendale, secondo la Marcegaglia consente di «trovare un punto d’incontro tra la produttività, che in Italia deve assolutamente aumentare e l’andamento del salario che è un grande tema su cui lavorare».
Dal Messaggero: Ma oggi ad alzare la tensione c’è stata la norma della Finanziaria varata dal governo che prevede la possibilità per il ministro della Pubblica amministrazione, in attesa del rinnovo contrattuale, di anticipare gli aumenti. L’importo non potrà andare oltre il 90% dell’inflazione programmata e al momento della stipula dei contratti è previsto un conguaglio. Disposizione, questa, fortemente criticata dalla Cgil che si è spinta a parlare «quasi di un golpe» sulle regole contrattuali.
Adnkronos: Roma, 19 set. (Adnkronos/Ign) – Addio all’Autorità per l’energia elettrica e il gas. Al suo posto arriva una ’superagenzia’ del governo con competenze allargate anche al settore dell’acqua e con i vertici completamente rinnovati. La novità, a quanto apprende l’Adnkronos, è contenuta all’interno di un pacchetto di emendamenti messi a punto dal ministero dello Sviluppo economico al ddl manovra 1441 ter, la cui presentazione, inizialmente prevista per oggi, è slittata. La loro copertura finanziaria è al vaglio del ministero dell’Economia e, in particolare, della Ragioneria generale dello Stato.
Il Sole 24 Ore: Tempi duri per le telecomunicazioni.Telecom ha appena firmato un’intesa con i sindacati per cinquemila esuberi.
E La Stampa: Il Consiglio di Amministrazione di Telecom Italia Media, riunito oggi sotto la presidenza di Berardino Libonati, ha esaminato e approvato le Linee Guida e il Piano 2009-2011 del Gruppo.
gli aerei, le banche, le poste italiane
E’ l’ultima grande azienda statale italiana. Dai suoi dipendenti ci si aspetta cordialità e solerzia a meno di non finire nel vituperato calderone dei fannulloni a cui il Ministro Brunetta ha dichiarato guerra. Ma Poste Italiane si è già da tempo preparata a svecchiare la propria immagine di carrozzone statale inefficiente. Rinnovata nel look e nel marchio: è tutto giallo e blu e i servizi finanziari (da quando le poste sono anche banca) rappresentano il 44,1% dei ricavi. La “privatizzazione” di Poste Italiane in realtà è la più italiana delle operazioni societarie all’insegna del: non passa lo straniero, ribadito ancora ieri dall’amministratore delegato Massimo Sarmi in vista della liberalizzazione del mercato europeo dal 1° gennaio 2011. Dopo la cura Passera che dal 1998 al 2002 ha individuato 22.000 esuberi, termine di triste cronaca recente, Poste Italiane è una s.p.a. per il 65% del tesoro e per il restante 35% della Cassa Depositi e Prestiti (e quindi delle banche) e soggetta alla vigilanza del Ministero dello Sviluppo Economico.
L’utile netto del 2007 del Gruppo Poste Italiane è stato di 843,6 milioni di euro. Finchè i numeri restano questi non si potrà obiettare che la triade politica, finanza, banche sia dannosa. Il punto debole di Poste Italiane per adesso resta il servizio di recapito della posta. Ci sono stati gli scandali dei postini che rubano gli effetti di valore e quelli che buttano le lettere dietro ad una siepe. E quelli esternalizzati e quelli a cui il governo ha detto meglio pagare che reintegrare.
Nominato senza problemi nel 2002 e riconfermato all’indomani delle elezioni politiche 2008, dopo essere stato in Telecom ed in Siemens, l’amministratore delegato di Poste Italiane che ha lavorato prima con Cardia e oggi con Ialongo, per il momento, Massimo Sarmi è soddisfatto.
ci si può accanire su Sofri, a certe condizioni di Giuliano Ferrara
Questa mattina mentre ascoltavo la rassegna stampa di RadioRadicale mi sono ritrovata a condividere un articolo di Giuliano Ferrara. E’ una cosa che ai miei occhi appare imprevista quanto una vincita al gioco, perchè io non gioco. Così com’è buona regola riflettere molto sulle cose cui si è profondamente contrari, bisogna onorare anche gli imprevisti e, mi hanno detto, qualche volta, pregare perchè arrivi un benefattore. In segno di apprezzamento del caso, in questo lunedì di imprevisti, non trovandolo in versione telematica, ricopio l’articolo di Giuliano Ferrara.
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Adriano Sofri non ha scritto niente di così scandaloso, niente che implichi la sua messa in stato di accusa sul piano morale o altre forme di risentimento. Capisco il dissenso o l’incomprensione, ma non le accuse risentite, che nel caso Sofri sono la regola da oltre vent’anni. Per come l’ho capita, ed è chiara, la tesi di Sofri è che, con il passare degli anni, un odioso delitto ha cambiato di significato. Chi ha ucciso il commissario non aveva un piano terroristico per attaccare il cuore dello Stato, voleva bensì vendicare la morte dell’anarchico Pinelli. Sono due cose completamente diverse, il terrorismo e l’assassinio di Luigi Calabresi.
Chiunque ragioni con equilibrio capirà che questa differenza di significato, sanzionata per di più dal fatto che gli imputati sono stati condannati per omicidio di diritto “comune”, non è un dettaglio. Non è un dettaglio per due motivi almeno. Primo: se il delitto Calabresi fu un atto di terrorismo, Lotta Continua fu un partito terrorista, ciò che Sofri e i suoi amici negano. (E che io, caccaiatore di terroristi e di lottacontinuisti in quell’epoca ferrigna, nego con altrettanta convinzione per evidenti ragioni storiche: erano due cose diverse e antitetiche, due aspetti non assimilabili di un’unica grande crisi politica e sociale e della sua deriva violenta). Secondo: se fu un atto di terrorismo, scompare il movente specifico, e cioè tutta la storia torbida e insoluta, civilmente e storicamente devastante per una intera generazione politica, di PInelli e della strage della Banca dell’Agricoltura e della caccia agli anarchici e di tutto il resto. Compreso il clima di menzogna in cui visse la Questura di Milano in quei giorni, un clima rievocato da Mario Calabresi nel suo libro a tutela della propria vita, dei propri affetti, della memoria delle vittime del terrorismo e della storia personale di suo padre.
Certo, Sofri è sconfitto. Non è difficile accanirsi contro di lui. E’ stato condannato in via definitiva come mandante di quell’omicidio, ciò che è un’enormità bestiale ai suoi occhi e agli occhi di chi ha letto le carte del processo e sa chi è veramente Adriano Sofri. In più, pur essendo non colpevole, Sofri non è e non si considera “innocente”, nel senso che la sua organizzazione scatenò contro il commissario una aberrante campagna di denuncia e di odio personale e simbolico al culmine della quale l’omicidio fu compiuto. E Sofri disse senza equivoci, in un discorso pubblico tenuto prima del suo arresto e della sua incriminazione, che a quell’epoca molti della sua generazione, lui compreso, erano pronti al delitto politico.
Sofri si è assunto la responsabilità civile delle sue azioni, e ha preso su di sé anche qualcosa di quelle degli altri. (Io aggiungo che il famoso appello degli intellettuali e dei notabili della sinistra contro il commissario dimostra che la responsabilità del clima in cui maturò l’omicidio Calabresi fu tragicamente condivisa da molti che poi hanno fatto finta di niente). Sofri si è pentito, e lo ha ripetuto nell’articolo del Foglio, di aver scritto che “in quell’atto gli sfruttati riconoscono la loro volontà di giustizia”. Ha cercato con dignità e umiltà di stabilire un contatto psicologico e morale con il dolore della famiglia del commissario assassinato, senza cercare vantaggio personale. Ha subito un linciaggio forsennato, fino al paragone obliquo con il capitano Erich Priebke delle Fosse Ardeatine. Ha accettato senza vittimismi e senza piagnucolare una condanna penale che ritiene ingiusta. Perchè dovrebbe accettare senza discutere anche il bollo di terrorista? Perchè deve incassare senza fiatare l’oblio per Pinelli e per il dolore della vedova?
In conclusione, a me sembra che per accanirsi su Sofri, per censurare moralmente la sua versione invece di discutere le sue tesi sul delitto Calabresi e sul terrorismo, occorra essere sicuri di alcune cose, tenerle per certe. Che Pinelli sia stato vittima di un “malore attivo”, secondo la sentenza del giudice Gerardo D’Ambrosio. Che lo Stato italiano e i suoi rappresentanti a molti livelli fossero estranei a una torbida vicenda di depistaggi, di false accuse, di coperture in relazione alla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
fotoreporter-giornata produttiva
Ho avuto invidia del Ministro Brunetta, che stana i fannulloni, difende le unioni civili e adesso va in tivvù a dare la sua ricetta della pasta e fagioli. Io oggi ho fatto questo, con ricetta dietetica (perchè sono a dieta) di mia invenzione: peperoni ripieni di risottino vegetale e zucchine, spruzzati di grana e pepe nero, senza sale aggiunto né olio.
Avrei anche il vino adatto ma ho deciso di conservare le bottiglie per quando avrò trovato casa. Visti gli annunci e visti i prezzi in questo momento l’orrizzonte è uno sgabuzzino.
Quanto alla politica e alla cucina vorrei ricordare che mangiare con le mani è educato solo in un ristorante etnico, che lo include come tratto fondamentale della propria cultura, in segno di apprezzamento e di rispetto reciproco.
costume e società
Dopo un mese e mezzo di “digiuno” il sabato mattina si trasforma di nuovo in riviste di moda previa puntata in edicola e al supermercato in tenute imbarazzanti. Il supplemento Io Donna del Corriere contiene riflessione, nella rubrica delle lettere, su giovani trentenni che hanno fatto questo e quello, lavorano, escono etc. ma non hanno mai fatto sesso. Non è una scelta, pare, ma semplicemente non è capitato. Secondo me se ne sono dimenticati. Nella società moderna ci si può dimenticare di fare sesso?
Su Elle, la mia rivista mensile di riferimento, c’è un articolo di scrittrice ebrea ortodossa di 31 anni a cui i genitori lasciano sul frigo il numero di una “combinatrice di matrimoni”. Segue lunga disquisizione sull’anima gemella e sui criteri con cui la scegli. Per la scrittrice in questione è: ragazzo ebreo che voglia mettere su famiglia. Scartando tutto il resto, (maschi non ebrei cialtroni sentimentali) le sembra comprensibile essere ancora sola alla sua età. In fondo mica è facile trovare proprio quello che si cerca. Immagino che nessuna donna voglia ritrovarsi tra i piedi un cialtrone professionista. Ma quell’ ‘astenersi perditempo’ che sembra il sottotitolo obbligato presunto, sottinteso o frainteso di ogni relazione dopo i 30 è altrettanto deprimente. E non vale solo per le donne.
marinare le banche
MEDIOBANCA, ENTRA MARINA BERLUSCONI(AGI) – Roma, 19 set. – A Piazzetta Cuccia via libera al nuovo modello di governance: abbandonata la governance con doppio vertice. E spuntano due novita’ : Marco Tronchetti Provera sara’ vicepresidente e nel consiglio di amministrazione entra Marina Berlusconi, figlia del premier e presidente di Fininvest e Mondadori. ‘Mediobanca cambia’ titola il Corriere della Sera in prima pagina che parla, in un editoriale di Sergio Bocconi, di una ‘fase nuova’ prevedendo che la piu’ importante banca d’ affari italiana si muovera’ per rafforzare la sua posizione puntando a ‘quote di mercato ‘ perse’ dai concorrenti’ nei mercati domestico ed internazionale, ‘che puo’ anche voler dire non restare fuori da dossier significativamente ‘ politici’ come Alitalia’ e ‘partecipare alla partita Telecom (con la doppia quota detenuta in modo diretto e attraverso Generali)’. L’ Unita’ sottolinea che con l’ ingresso della figlia, il premier aumenta il suo controllo nel salotto buono del capitalismo italiano, ‘che ha partecipazioni in Generali, Rcs e Telecom’, grazie ai ‘fedelissimi Ennio Doris e al finanziere e ‘ ambasciatore’ Tarak Ben Ammar’. ‘Marina Berlusconi nel salotto buono della finanza’ titola Repubblica in prima pagina ed evidenzia l’ annuncio di Ben Ammar: ‘Portero’ i fondi sovrani in Italia’ parlando di ‘trattative in corso con Kuwait, Qatar e Libia per un ingresso in Telecom’. (9.28) |
18 settembre 2008
Era tutto previsto. O quasi. La sorpresa maggiore nel cambio di governance in Mediobanca con il ritorno dal duale al tradizionale. è Marina Berlusconi – 42 anni, presidente di Fininvest (azionista con il 2,06%) e figlia del presidente del Consiglio – indicata dai soci industriali del patto di sindacato (gruppo B, gli altri sono i soci bancari del gruppo A e quelli internazionali del gruppo C), che entra nel consiglio di amministrazione. Il presidente di Unicredit, Dieter Rampl, già vicepresidente del consiglio di sorveglianza, è stato indicato alla vicepresidenza della prima merchant bank italiana, crocevia dei “salotti buoni” della finanza nazionale (tra le partecipazioni cruciali quelle in Generali, Rcs Media Group e Telecom Italia), insieme a Marco Tronchetti Provera, presidente della Pirelli, il primo come espressione dei soci bancari e il secondo di quelli industriali. (Il sole 24Ore)
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Mentre la Politica abbaia alla luna.
E’ solo una sfortunata coincidenza, ma stamattina il Corriere della Sera non è ancora in edicola a Roma per un incendio allo stabilimento. (fonte: centralino di via Solferino)
Un incendio è divampato nel reparto spedizioni intorno all’una nello stabilimento di Torre Spaccata, dove si stampa il Corriere della Sera. Questo ha impedito che oggi il quotidiano uscisse regolarmente in edicola nella Capitale. Le copie che gli utenti troveranno in edicola provengono dagli stabilimenti di Bari. (fonte web)
din don dan
Possibile che un progetto di legge in tema di unioni civili in Italia non possa trovare un acronimo almeno verosimile?
Giusto per assonanza proporrei di risolvere il dilemma così come fu per il dilemma di Didone.
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[...] i Didoré — DIritti e DOveri di REciprocità dei conviventi — non prevedono oneri per lo Stato. Non un solo euro a carico del contribuente. Non welfare; diritti individuali. La sinistra, nascondendosi dietro le coppie omosessuali, aveva progettato un colpo grosso, un imbroglio. Paradossalmente, meglio Zapatero, per cui le due tipologie di convivenza si equivalgono. Per me, così non è, così non può essere e non voglio che sia». (Corriere della Sera)







