processo per Srebrenica
L’AJA, 27 OTT – Anche il secondo giorno del processo contro Radovan Karadzic, l’ex leader dei serbi di Bosnia accusato di genocidio, si aprirà senza l’imputato in aula. Oggi pomeriggio alle 14.15 i giudici del Tribunale penale internazionale (Tpi), che ieri hanno aggiornato l’udienza sperando che l’ex leader serbo cambiasse idea e assistesse al suo processo, daranno la parola al procuratore che leggerà gli 11 capi d’accusa. “Anche senza l’imputato, il processo andrà avanti”, aveva detto ieri il giudice che presiede il Tpi, O-Gon Kwon. Ai magistrati tocca oggi decidere se assegnare a Karadzic un avvocato d’ufficio, anche contro la sua volontà, oppure se rimandare le prossime udienze di qualche mese, concedendo all’imputato almeno una parte del tempo in più che chiede per preparare la sua difesa. Karadzic si difende da solo, con l’aiuto di una squadra di legali. Ma sul Tpi pesa il suo mandato in scadenza nonché le pressioni delle vittime, le Madri di Srebrenica in particolare, che sono state ammesse tra il pubblico del processo e che ieri hanno protestato fuori dal Tribunale chiedendo ai giudici di andare avanti perché il processo finisca e Karadzic venga condannato al più presto. (ANSA).
evasione fiscale italease e non solo
Nuove regole della finanza globale, scudo fiscale, codice di vigilanza finanziaria europeo. Nomi sentiti al G20 di Pittsburgh, alla riunione annuale del Fondo Monetario a Istanbul. Scudo fiscale…
Mentre Tremonti dà battaglia per il posto fisso (il suo, memore dell’esperienza 2001-2005, consapevole della miscela potenzialmente esplosiva di assetti bancari, finanza creativa e congiuntura internazionale avversa) la Guardia di Finanza…vi ricordate i manager di Italease?
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ROMA, 27 OTT – Settantasei filiali di banche svizzere e di uffici bancari collegati a intermediari svizzeri o situati nei pressi di San Marino sono stati controllati questa mattina da centinaia di agenti del Fisco. Lo comunicano in una nota congiunta la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate. Nel mirino “il corretto adempimento da parte di banche e intermediari finanziari dell’obbligo di comunicazione all’archivio dei rapporti finanziari”. (ANSA).
(AGI) – Milano, 27 ott. – A partire da stamattina, il Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Milano sta eseguendo cinque ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Gip del Tribunale di Milano, Franco Cantu’ Rajnoldi nei confronti di altrettante persone (quattro delle quali residenti in Svizzera) a cui e’ contestata l’ipotesi di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio. Le indagini, coordinate dai Pubblici Ministeri, Roberto Pellicano e Mauro Clerici, sono partite dall’analisi dei flussi finanziari conseguenti ai fatti di appropriazione indebita ai danni di Banca Italease commessi da dirigenti e promotori finanziari dell’istituto di credito, per i quali gia’ nel gennaio 2008 sono scattati gli arresti. Analizzando i dati a disposizione, le fiamme gialle hanno individuato una vera e propria struttura specializzata nel riciclaggio, che ricercava contribuenti italiani interessati a trasferire all’estero fondi provenienti dalla commissione di reati, quali l’appropriazione indebita e l’evasione fiscale. Per realizzare gli obiettivi dei clienti, venivano individuate societa’ collocate in Paesi esteri (Austria, Olanda, Inghilterra, Svizzera), disponibili a concludere contratti fittizi, a emettere fatture false e a trasferire somme di denaro ricevute dall’Italia verso banche svizzere, dopo un’ulteriore schermatura attraverso societa’ off-shore (Panama, Isole Vergini). Ai destinatari dei provvedimenti emessi (un noto faccendiere svizzero, il suo braccio destro, due collaboratrici che procacciavano i clienti in Italia su tutto il territorio nazionale e un dirigente di una nota banca svizzera che si occupava di strutturare le operazioni di riciclaggio e di organizzare il rientro in contanti in Italia del denaro tramite i c.d. “spalloni”) e’ stata anche contestata l’aggravante del reato transnazionale.
noemi, boffo, marrazzo/filosofia di vita presa in prestito
Dal caso Noemi in poi non ce n’è per nessuno. Non è un inedito in Italia ma dall’estate scorsa veniamo regolarmente informati di tutti i comportamenti disonesti che istituzioni e società prima percepivano solo con la coda dell’occhio.
E sempre dall’estate scorsa veniamo informati di cose che hanno fatto tornare la memoria a breve e a lungo termine ad un pezzo di politica e istituzioni degli anni ‘90.
Lo sfruttamento della prostituzione nel nostro paese è reato.
Non riesco a capire come un presidente di Regione possa pensare che una questione del genere non gli sarebbe esplosa tra le mani. Pagare in cambio di prestazioni sessuali e pagare per cercare di fermare lo scandalo sono comportamenti che condannano il rappresentante delle istituzioni, il politico, non l’uomo. Per i cittadini Marrazzo non è un parente, è un governatore della Regione in cui si trova la capitale.
La vicenda umana è molto triste e genererà un dibattito altrettanto triste, debole e molto ipocrita, come il dibattito escort. I fatti invece sono che accusati di aver pagato in cambio di favori sessuali Dino Boffo e Piero Marrazzo si sono dimessi. (Costretti, inevitabile…sono considerazioni non fatti). Il premier Silvio Berlusconi, no.
Altrettanto inquietante non è l’analogia di via Gradoli (i servizi controllano e perquisiscono a corrente alternata a quanto pare) ma come si stiano costruendo le candidature per le regionali.
Non c’è più niente di sinistra da dire.
Si prepara un lungo e gelido inverno.
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[...] Al momento comunque, agli atti dell’inchiesta non sono emerse responsabilità giudiziarie di nessuno all’infuori dei quattro militari della compagnia dei carabinieri di Trionfale arrestati dopo il ricatto e il tentativo di vendere il video che immortalava alcune scene intime tra Piero Marrazzo e il transessuale che, nell’ordinanza di fermo firmata dai Pm Capaldo e Sabelli, viene chiamata Natalie. (Corriere.it)
rifugiati climatici
Les réfugiés climatiques: Un conseil des ministres en tenue de plongée : samedi 17 octobre, le gouvernement des Maldives devait se réunir six mètres sous l’eau pour dénoncer le réchauffement. La montée de l’océan menace d’engloutir l’archipel. Ses 400 000 habitants seraient alors en quête d’une terre d’accueil… sans pouvoir revendiquer le droit d’asile ni le statut de réfugiés. Car “le cadre juridique actuel ne permet pas de prendre en compte les migrations provoquées par le changement climatique”, résume Charles Ehrhart, responsable de cette question à l’ONG Care. (Le Monde.fr)
Considerando quanto abbiamo a cuore il problema dei rifugiati politici (ma c’è sempre speranza) non so quanto potrebbe aver presa il problema dei rifugiati climatici. La notizia della riunione del governo delle Maldive, sei metri sotto il mare, è poesia in sè. Il problema del riscaldamento globale purtroppo no. Resto convinta che certi neologismi non facciano bene alla causa, come ho scritto qui. Non nego il valore e la necessità di nuove formule giuridiche per affrontare i nuovi problemi della nostra società. Solo che le formule giuridiche (reato-pena, offesa-danno etc.) hanno bisogno di una coscienza sociale e di un sostegno consapevole della società in cui sono prodotte. Su questo punto forse andrebbe fatto uno sforzo in più. A fronte di una iperspecializzazione non c’è uno straccio di consapevolezza.
Sulla coscienza, sarebbe il caso di parlare più apertamente del tema. Se non è un tema, come accadeva una volta, di cui si fa carico pedagogicamente la scuola, se non se ne occupa con proposte serie e sostenibili la politica (siamo rozzamente fermi tra l’utopia e la negazione; c’erano dei buoni esempi, e il caso Germania sul nucleare ha del paradossale).
La coscienza. Durante il Festival di Internazionale a Ferrara mi è capitato di assistere a questa scena:
aspettavo con l’addetto stampa di una scrittrice palestinese il mio turno per intervistarla. Abbracciato ad una ragazza bruna passa un ospite del festival, uno scrittore croato, poeta. Il ragazzo accanto a me va a fermarlo e lui:
“lo so che non ti ho risposto, sapevo di trovarti qui, ho visto che mi hai chiamato qualche settimana fa e anche oggi, e non ti ho risposto”
“infatti…”
“speravo che ti arrabbiassi, anzi vorrei che ti arrabbiassi ancora di più, lo so che volevi invitarmi al tuo matrimonio…ma io sono in sciopero di affetto con gli italiani da quando ho sentito della legge sui respingimenti. Io sono qui a Ferrara solo per un rapporto di lavoro. Perchè mi pagano. Finchè non vi ribellate voi italiani perbene che pagate le tasse, io sono in sciopero di affetto con voi…solo togliendoci tutti un pezzo di cuore le cose potrebbero cambiare…”
Non sospettavo di essere d’accordo col poeta.
Certo non siamo abituati, e forse nemmeno più lo riteniamo utile, a soffermarci sulla portata rivoluzionaria della poesia, ma è un fatto il grado di assuefazione che possiamo tollerare nelle nostre vite. Ci si abitua a tutto, per questo resteranno sempre la cosa più importante la voce e le azioni di chi denuncia. Anche quando non si riesce a vedere subito l’effetto che fa.
ostaggi
FOR the next seven months and 10 days, Atiqullah and his men kept the three of us hostage. We were held in Afghanistan for a week, then spirited to the tribal areas of Pakistan, where Osama bin Laden is thought to be hiding.
Atiqullah worked with Sirajuddin Haqqani, the leader of one of the most hard-line factions of the Taliban. The Haqqanis and their allies would hold us in territory they control in North and South Waziristan. (The New York Times)
Sul New York Times, la prima puntata del racconto del giornalista del Times catturato dai talebani, e tenuto in ostaggio per sette mesi e dieci giorni, insieme ai suoi due colleghi afghani, nel 2008, nel sud del paese.
i fatti e le parole, i corsi e i ricorsi, tutto torna 2
Ho già sostenuto ad es. qui, che le persone hanno perso la capacità di indignarsi e che potrebbero davvero essere pronte a tutto se provi a portar loro via un parcheggio o che farebbero qualsiasi cosa al motto di più parcheggio per tutti.
Incredibilmente, nella settimana appena trascorsa, con l’impossibilità di parcheggiare in piazza Grazioli, abbiamo assistito ad una veemente serie di invettive contro il premier degli abitanti della zona.
i fatti e le parole, i corsi e i ricorsi, tutto torna 1
Il 5 settembre 2007 avevo scritto questo post. Pensiamo un po’ al diritto di cronaca. Alla giustizia, a quello di cui si parla oggi.
vita sotto assedio di un cronista a palermo

“Dice Lirio Abbate che il lavoro di cronista a Palermo o è accurato o non è. Lirio ha 37 anni, è redattore all’Ansa. Come tutti i siciliani “buoni”, come tutti i siciliani migliori, non è portato a far gruppo, a stabilire solidarietà e a stabilirvisi. Sono i siciliani peggiori quelli che hanno il genio del gruppo, della “cosca”, ricordava Sciascia. Sarà per questo, che Lirio se ne sta per conto suo e segue la sua strada anche se sa bene quale sarebbe il modo più conveniente per starsene in ombra, un po’ in disparte e in pace. Puoi sempre scivolare lento sulla superficie dei fatti e quindi “prendere atto”: prendere atto che quello è indagato per mafia; che quell’altro è stato rinviato a giudizio; che quell’altro ancora è sotto processo per favoreggiamento alle cosche; che la magistratura sempre “indaga a 360 gradi”.
Nessuno te ne vorrà. È il tuo lavoro e se fai il tuo lavoro con prudenza, senza eccessi, con mediocrità, nessuno salterà su contro di te. Però, dice Lirio, che ha una compagna e un bimba di dieci mesi, questo lavoro non è accurato, non è onesto perché non racconta quel che vede e sa: “Io so, noi sappiamo chi sono i mafiosi e gli amici dei mafiosi o i loro protettori. Non ho, non abbiamo bisogno di attendere una sentenza o la parola della Cassazione o un’inchiesta giudiziaria perché penso che, prima della responsabilità penale, sempre eventuale, ci sia una responsabilità sociale e politica accertabile. Se il deputato, il consigliere regionale, l’assessore, il primario, il professore universitario se ne vanno in giro con il mafioso è un fatto. Si conoscono, passeggiano sottobraccio, si baciano quando s’incontrano. È soltanto accuratezza non rinviare ai tempi di una sentenza quel racconto. È il mio lavoro dirlo ora, subito. Non sono una testa calda, non sono un estremista, sono un cronista e credo che il mio impegno sia stretto in poche parole: raccontare quel che posso documentare”.
[…] Dice Lirio che hanno ragione il capo dello Stato e il governo a chiedere che “la società civile” faccia la sua parte contro la mafia. È la parte del problema con cui egli sente di dover fare più dolorosamente i conti, oggi. “È un paradosso. Credi di dover fare in modo accurato il tuo lavoro di cronista per illuminare nell’interesse dell’opinione pubblica, di quella “società civile”, gli angoli bui e sporchi del cortile di casa. Poi scopri che sei un ingenuo. Nessuno vuole guardare da quella parte, in quegli angoli – no – preferiscono voltarsi da un’altra parte anche se stai lì a tirargli la giacchetta. E allora perché lo faccio?, ti chiedi. Perché infliggo a chi mi è caro ansia, paura, apprensione e, Dio non voglia, pericoli? Perché, mi chiedo, non ascolti chi ti dice: ma chi te lo fa fare, vattene da qui, vattene subito, non ti accorgi che non vale la pena?”.
La voce di Lirio sembra rompersi ora. Percettibilmente, il timbro diventa roco e trattenuto come di chi si sta sforzando di controllare un’emozione che forse è rabbia, forse è avvilimento o forse entrambe le cose. Dopo qualche secondo, Lirio dice finalmente: “Lo sai perché non decido di andarmene? Per onore. Sì, per onore! Non per il mostruoso, folle, ridicolo onore di cui si riempiono la bocca mafiosi deboli con i forti e forti con i più deboli, ma per quell’onore che mi chiede di avere rispetto di me stesso, che mi impedisce di inchinarmi alla forza e alla paura, di scendere a patti con ciò che disprezzo. Quell’onore che molti siciliani hanno dimenticato di coltivare”. (Giuseppe D’Avanzo, la Repubblica)
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Eh sì, sarebbe un inutile preconcetto non trovarmi d’accordo con Roberto Giachetti che sostituendo il direttore Bordin nella rassegna stampa di Radio Radicale, stamattina ha detto che ‘andrebbe letto tutto questo articolo di Giuseppe D’Avanzo sulla prima di Repubblica di oggi. C’è il link, io ho messo i due passi sui quali mi arrovellerò un po’ oggi.
Stamattina ci sono un sacco di cose sulle quali mi fermo. Tante che mi provocano il solito mal di stomaco mentre me ne sto qui in redazione – e così la giornata non mi passa.
Perchè si può essere abituati a seguire la politica e le sue pieghe e a distinguere tra ciò che è una notizia e ciò che non lo è, ad avere la giusta misura tra la deontologia professionale e il proprio personale sentire.
Però ci sono anche i fatti: è un fatto che non siamo più abituati a risolvere i problemi. Quello che ci dà fastidio deve sparire nel più breve tempo possibile. Poco importa come. Questo è un fatto. Che sia il lavavetri, il mendicante, un cartello di lavori in corso, le file all’ufficio postale.
Se poi di vivere in centro se lo possono permettere solo i ricchi e gli anziani il lavavetri aggressivo è un problema. Non è solo una questione di legalità. La legge va rispettata. (anche se ci sono delle ingiustizie macroscopiche non si è mai giustificati: la legge non ammette ignoranza). Però ci sono questioni che attengono a norme di pubblica sicurezza e altre alla politica e altre ancora alla cosiddetta società civile, quell’onore che non solo i siciliani hanno smesso di coltivare. E scusatemi se penso che non basti chiamare un’adunata al motto di ‘va a quel paese’ per cambiare le cose. Per un semplice motivo:
quanti saranno in piazza l’8 settembre e quanti siamo noi italiani quando andiamo a votare?
Perchè sapremmo eventualmente riempire quella piazza e mai comportarci consapevolmente nel segreto dell’urna?
filosofia di vita presa in prestito/renessaince

Inutile tediare l’ignaro lettore sul perchè le ultime settimane siano state piuttosto bruttine, su diversi fronti, però… …sarà pure un vano rito consolatorio ma l’oroscopo di Brezsny di questa settimana è l’equivalente metaforico di una fetta di torta al cioccolato sul comodino
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In questo momento sei come un albero di ciliegio rinsecchito che non fioriva da anni e inspiegabilmente si copre di fiori rosa nel bel mezzo dell’autunno. Sei come un bambino prodigio che aveva perduto il suo talento e lo ritrova quando il suo vecchio maestro rientra improvvisamente nella sua vita. Sei come un vulcano inattivo che senza preavviso comincia a emettere profetici segnali di fumo alla vigilia di una grande vittoria per tutta l’umanità.
Il papello di Ciancimino
Sono 12 le richieste che i boss di Cosa nostra avanzarono agli uomini delle istituzioni nell’estate del 1992, fra le stragi Falcone e Borsellino. Una trattativa che i mafiosi corleonesi avanzarono con lo Stato per fermare le bombe e la stagione stragista, e arrivare ad una tregua. I 12 punti formano il ‘papello’, cioè l’elenco delle richieste scritte su un foglio formato A4 che adesso Massimo Ciancimino ha consegnato ai magistrati della procura della Repubblica di Palermo che indagano sulla trattativa fra Stato e mafia. Ma accanto a questo elenco spunta a sorpresa un altro ‘papello’ con le proposte e le modifiche ai 12 punti pretesi dai corleonesi che don Vito Ciancimino avrebbe scritto di proprio pugno e consegnato all’allora colonnello del Ros, Mario Mori. Il fatto, inedito, è documentato dal L’espresso con alcune foto dei fogli in cui si leggono al primo punto i nomi di Mancino e Rognoni; poi segue l’abolizione del 416 bis (il reato di associazione mafiosa); “Strasburgo maxi processo” (l’idea di Ciancimino era quella di far intervenire la corte dei diritti europei per dare diverso esito al più grande procedimento contro i vertici di Cosa nostra); “Sud partito”; e infine “riforma della giustizia all’americana, sistema elettivo…”.
Su questo “papello” scritto da Vito Ciancimino era incollato un post-it di colore giallo sul quale il vecchio ex sindaco mafioso di Palermo aveva scritto: “consegnato al colonnello dei carabinieri Mori dei Ros”. Per gli inquirenti il messaggio è esplicito e confermerebbe il fatto che ci sarebbe stato una trattativa fra i mafiosi e gli uomini delle istituzioni.
Mostrare ai giudici l’esistenza del ‘papello’, rappresenta per i pm una prova tangibile che la trattativa fra mafia e Stato non solo è esistita, ma è anche iniziata nel periodo fra l’attentato di Capaci e quello di via d’Amelio. Per gli inquirenti questo documento, consegnato dal dichiarante Massimo Ciancimino, che collabora con diverse procure, può dare il via a nuove indagini. Con l’obiettivo di scoprire fino a che punto può essere arrivato il tentativo di trattativa rivelato dal figlio dell’ex sindaco mafioso.
I 12 punti richiesti da Riina e Provenzano, che sono anche questi al vaglio dei magistrati, si aprono, invece, con la revisione del maxi processo a Cosa nostra. Gli altri spaziano dall’abolizione del carcere duro previsto dal 41 bis agli arresti domiciliari per gli imputati di mafia che hanno compiuto 70 anni. La lista si conclude domandando la defiscalizzazione della benzina per gli abitanti della regione siciliana.

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